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Molti studiosi italiani e stranieri, si sono occupati e si occupano della lingua griko-salentina.
Così come per le origini della Grecìa, due sono le tesi che si contrappongono: quella sostenuta, tra gli altri, dal Morosi e dal Kalonaros che afferma l’origine bizantina (medioevale) del griko e quella del Rohlfs e del Tondi, i quali sostengono l’origine magnogreca con sovrapposizioni posteriori bizantine.
Oggi la maggioranza degli studiosi, pur considerando suggestiva la tesi del Rohlfs e del Tondi, ritengono, con ogni probabilità, che la lingua che ancora si parla nei centri della Grecìa, risale al IX –X secolo d.c. quando i bizantini riuscirono a riconquistare larghi territori dell’Italia meridionale, sottraendoli ai Longobardi e agli Arabi.
Al seguito delle armate bizantine, arrivarono nel Salento, particolarmente caro agli imperatori di Bisanzio, mercanti, funzionari dell’amministrazione, sacerdoti (papades) con le loro famiglie ed i monaci Basiliani.
Il griko era parlato in quasi tutto il Salento, che attraversò un periodo di grande interesse culturale e artistico. Nacque la Grecìa Salentina che comprendeva un territorio ben più vasto di quello attuale.
In seguito i Normanni, lasciarono intatti lingua, religione e costumi, così fecero pure gli Angioini (francesi) e gli Aragonesi (spagnoli), ma nel corso dei secoli, la classe dei nobili e quella degli artigiani, che nel frattempo si era formata, cominciarono a parlare il dialetto romanzo ed a considerare con un certo disprezzo il griko, che rimaneva la lingua dei contadini e dei ceti più umili.
Un grosso colpo alla lingua grika fu inferto, tra il 1500 e il 1600, dalla soppressione del rito greco-ortodosso.
Per secoli il Papas, abitando in una casa accanto alla chiesetta, era stato il punto di riferimento della lingua e della cultura per le piccole comunità, ma quando a questi, subentrò il sacerdote cattolico, la messa fu celebrata in latino, prediche e preghiere vennero recitate in una lingua incomprensibile alla stragrande maggioranza dei fedeli.
Cominciò così il lento trapasso dal Griko al dialetto romanzo che nei secoli XVII e XVIII interessò buona parte dei paesi del Salento, soprattutto quelli dell’area Nardò-Gallipoli.
Nel corso del 1800 parlavano Griko solo tredici paesi, situati nella parte centro orientale del Salento, successivamente scesero a nove.
L’unità d’Italia e la scuola italiana prima, l’emigrazione e i mass-media, poi, hanno contribuito ad allontanare sempre più i giovani dalla lingua dei padri.
Dopo l’unità d’Italia, le scuole insegnavano a leggere e scrivere in italiano, la lingua materna era un ostacolo all’apprendimento, bisognava abbandonarla e dimenticarla al più presto. Nacque così e si radicò l’opinione che il griko era una “lingua bastarda”, usata da chi non frequentava la scuola, la lingua dei contadini, dei miserabili e degli ignoranti.
Da allora la persecuzione del griko è continuata ininterrotta.
Nel secondo dopoguerra l’emigrazione di massa, ha portato lontano dalla Grecìa migliaia di giovani, i mass media e il loro linguaggio omologato, hanno fatto il resto.
La lingua Grika è una lingua orale, per rimanere viva doveva essere parlata sia dal popolo sia dalle persone colte, e quindi trasmessa. Venendo meno questi presupposti, nel corso del tempo si è progressivamente impoverita nel lessico e nella struttura grammaticale. Mentre restavano in uso i termini legati alla vita contadina, familiare e affettiva, si modificavano o si perdevano i termini legati ad espressioni letterarie .
Oggi, la lingua grika, è il risultato di secoli di sovrapposizioni culturali che hanno alterato alcuni elementi originali. Chi parla in Griko, tende, inevitabilmente, ad aggiungere parole italiane, non trovando vocaboli corrispondenti che nel frattempo sono scomparsi.
Tuttavia, tale lingua ha prodotto nel corso dei secoli, una grande quantità di racconti, di proverbi di canti (d’amore, religiosi, funebri), di stornelli, di ninne-nanne, che trasmessi solo oralmente, costituiscono il ricco patrimonio culturale della Grecìa salentina.
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